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È una riflessione articolata che parte dal presupposto che serve un programma di emergenza per consentire di uscire dalla dicotomia lavoro-salute che rischia di provocare pesanti ricadute sociali, economiche e psicologiche. Un ragionamento condotto dall’economista dell’università Bocconi Gianmario Cinelli e dal vicepresident di Equita Antonio Costagliola.Un ragionamento che anticipa le riflessioni sul reddito di emergenza messo in piedi dal governo sotto forma di bonus per la spesa per gli indigenti e l’assegno da 600 euro per gli autonomi che subiscono il primo ed immediato crollo del fatturato.

Scrivono i due estensori in un paper di nove pagine che il programma «si fonda su due interventi:

1) una assicurazione sociale per le attività economiche e gli individui, che garantisce la copertura dei costi operativi e dei debiti delle attività economiche e delle spese e dei debiti degli individui, congelandone di fatto la situazione economico-patrimoniale

2)una misura di protezione sociale universale per gli individui che dispone un Reddito di Emergenza a ogni individuo.

Le attività economiche (imprese, lavoratori autonomi, gig-workers) potrebbero scegliere se beneficiare dell’assicurazione sociale. Quelle attività economiche che decidono di accedere al Programma di Emergenza, interrompono l’attività di impresa e ottengono la copertura dei costi operativi durante il periodo di ibernazione. L’ipotesi potrebbe essere quella di annullare i pagamenti degli stipendi ai dipendenti, che beneficerebbero di un reddito di emergenza, a fronte della garanzia di non licenziare personale nei mesi successivi alla misura.

Congelare le obbligazioni verso lo PA (tasse e imposte, contributi) e le banche e altre istituzioni finanziare (mutui, finanziamenti) appartenenti all’area economica di riferimento. Sarebbero congelati anche i debiti, i crediti e i contratti continuativi di godimento di beni e servizi di terzi verso le altre imprese che aderiscono al programma di emergenza. Regolate le obbligazioni verso le imprese che non aderiscono allo schema di emergenza e verso le banche e istituzioni finanziare, beneficiando di un prestito di pari importo a tasso zero da restituire in un orizzonte temporale di medio termine.

«In questo modo l’assicurazione sociale garantirebbe — scrivono Cinelli e Costagliola — la solidità delle imprese aderenti al programma e salvaguardia i posti di lavoro dei lavoratori nel lungo periodo. Nel caso in cui un’attività economica decide di non accedere al Programma di Emergenza, prosegue la sua attività regolarmente preservando i rapporti giuridici in essere con imprese e/o individui».

Per gli individui che rientrano nel programma l’ipotesi dei due estensori è quello «di un Reddito di Emergenza necessario per le spese alimentari. Per la durata della misura straordinaria sarebbero annullati i corrispettivi dei contratti di locazione di immobili dovuti a imprese e persone fisiche che aderiscono al programma di emergenza, congelate le obbligazioni verso lo PA (tasse e imposte, contributi) e le banche e altre istituzioni finanziare (mutui, finanziamenti) e regolati i contratti di locazione di immobili verso persone fisiche e verso imprese che non aderiscono allo schema beneficiando di un prestito di pari importo a tasso zero da restituire in un orizzonte temporale di medio termine. Il Reddito Universale di Emergenza sostituirebbe ogni altra forma di protezione sociale».

Il finanziamento

Il funzionamento del Programma di Emergenza sarebbe affidato al funzionamento di due fondi: un Fondo di Garanzia e un Fondo di Emergenza. Il Fondo di Garanzia presta alle imprese il danaro necessario a fronteggiare le obbligazioni verso le imprese non aderenti al programma e le banche e le istituzioni finanziarie non appartenenti all’area economica di riferimento, o alternativamente salda direttamente tali obbligazioni. Lo stesso fondo presta anche il danaro ai privati cittadini che devono saldare obbligazioni con controparti. Il Fondo di Emergenza, invece, eroga il Reddito di Emergenza agli individui. Entrambi i fondi potrebbero essere finanziati attraverso la Bei (Banca Europea degli Investimenti) o il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) che emetterebbero titoli di debito (es. eurobond) acquistabili dalla BCE. Ma servirà l’accordo politico con i Paesi del nord, tutt’altro che scontato.

Fonte : www.corriere.it

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